LIGHTS OF JAPAN


Fotografie di Andrea Lippi


Introduzione: Prof. Noriyuki Kai, ordinario di storia dell’arte presso Ibaraki University ed di Midori Sewake, storica dell’arte.


3 marzo - 29 aprile  2018
Inaugurazione sabato 3 marzo dalle ore 18.30


lightofjapan


La galleria Doozo è lieta di annunciare, la personale del fotografo italiano Andrea Lippi.

La mostra presenta una selezione di fotografie di paesaggi in bianco e nero.

Scattate nei due viaggi intrapresi dal fotografo in Giappone, nei mesi estivi. Andrea Lippi a visitato Tokyo, Kyoto, Takayama, Hiroshima, Myiajima, Okayama, Naoshima, Amanohashidate e il Koya-San. In quel paese si risveglia in lui qualcosa di profondo che giace in fondo al suo cuore, forse la chiave con cui comprendere meglio la propria identità.

Viene editato  un catalogo fotografico con la prefazione del Prof. Noriyuki Kai, ordinario di storia dell’arte presso Ibaraki University e Midori Sewake, storica dell’arte che rispecchia esattamente il pensiero e le emozioni provate dal fotografo, di seguito il testo:

“Una strana [...] nostalgia” è la sensazione che Andrea risentì subito dopo il ritorno dal primo viaggio in Giappone; si tratta di un sentimento di mancanza rivolto a quello che non c’è più, soprattutto perché la luce di quel paese gli aveva rievocato qualcosa di profondo che giaceva in fondo al suo cuore. Quando egli lo chiama “un’esperienza di vita”, si riferisce proprio a questo: il fotografo voleva trovare la chiave con cui comprendere meglio la propria identità.
Av
ràscoltato nella profondità del Kōya-San i rumori del ruscello, i canti degli uccelli, il soffio del vento, solo nel silenzio riconoscibili, paradossalmente; intuisce in “quello che non c’è” il profondo significato della vita, tramite la luce spesso surreale, così come quella misteriosa e rarefatta che si estende sul lago Ashinoko, sopra il “torii”, o come quella sfuggente tra le nebbie dietro il ponte di Amanohashidate, una delle tre meraviglie naturali del Giappone. Luce, che nella quotidianità serve a definire la presenza fisica delle cose, qui così abbagliante che ne cancella la forma, in modo da sentire la presenza metafisica dell’essere. In una foto del Tempio Nariai-ji, egli giustappone l’immagine dell’architettura del tempio buddista, solidamente costruita con le linee rette, alle tenere fronde degli alberi, le quali vengono fotografate con tempi diversi di esposizione, creando un effetto effimero ed evanescente. Questo ci fa pensare, al dipinto monocromatico in inchiostro di china, lo Shōrin-zu di Tōhaku Hasegawa, ove, con minimo tocco di inchiostro, è espressa una profondità spaziale, priva di oggetti che allude alla presenza della fitta foresta. Come il paravento di Tōhaku, il mondo in monocromo di Andrea ci fa sentire la presenza di “quello che non c’è”, più nitidamente di quello a colori, che potrebbe invece farci sentire solo “quello che c’è”. Nelle sue fotografie vi è un’ineffabile nostalgia, che ritroveremo anche in quelle che ritraggono i cittadini moderni, non quel Giappone d’oggigiorno, ma quello del passato quando eravamo ancora meno ricchi materialmente, ma forse più sinceri e puri. Le due ragazze in yukata sedute davanti al fiume Ōigawa a Kyoto, nella composizione stabile, quieta, ed immersa nella silenziosa monumentalità, sembrano derivare da un film di Ozu degli anni Cinquanta. Nella madre e figlio piccolo accanto agli ex-voto del tempio shintoista riconosceremo –sia nei loro vestiti e pettinature, sia nelle fisionomie–, quelle sobrietà e semplicità della gente dell’Epoca Shōwa. Molte immagini con templi, sepolcri e monaci buddisti, sono invece senza tempo; ci portanodirettamente al mondo appartato dal chiasso della modernità.


Quella nostalgia rievocata, infatti, è il frutto di una scelta attenta del fotografo, che cerca di ritrarre le strade urbane di Kyoto, solo attraverso il gioco di fili elettrici intricati e le grosse gocce di pioggia, che riflettono la pallida luce del cielo coperto, in modo tale che gli elementi moderni “insignificanti” che disturbano la contemplazione, sfumino in un’atmosfera misteriosamente rarefatta. Rimangono invece gli elementi tradizionali e nostalgici: la vecchia insegna della pasticceria, il risciò, le ragazze in yukata che si riparano dalla pioggia... tra i quali spiccano gli ideogrammi, che ritroviamo nella calligrafia su un “fusuma” in un angolo del Tempio Shōren-in, giustapposta alla prospettiva dell’antico corridorio. Le sue foto in monocromo hanno la stessa efficace parsimonia della calligrafia orientale, che si esprime solo con pochi tocchi d’inchiostro, oppure quella degli “haiku”, che alludono al macrocosmo con poche parole scelte entro il limite di diciassette sillabe. Un fedele sale le scale del tempio Chion-in, così ampie e infinite che lo rendono incomparabilmente piccolo rispetto alla dimensione del santuario, mentre il portone di accesso, tutto in ombra, inquadra la composizione come una cornice.Attraverso le numerose strisce orizzontali costituite dalle scale e dai gradini, la sua ascensione verso il mondo spirituale, verso l’infinito, è messa in contrasto con questa ombra architettonica. Il senso dell’infinito è accentuato inoltre, dalla presenza del portone che incornicia la scena.Sulla spiaggia di Amanohashidate, fra i grossi tronchi di pini, un pescatore raccoglie la retata, piegando il corpo verso il mare. Il suo movimento accidentale crea una diagonale che, inserita tra la verticalità degli alberi, richiama un effetto simile all’ukiyo-e di Hiroshige. A questo artista ci fanno pensare anche le poche figure che passeggiano conversando sul ponte, e sullo sfondo le colline sfumate dalla nebbia, in contrasto con l’intreccio dei pini di colore scuro.
Vorremmo che fosse visto il Giappone, e lo fosse realmente, come in queste foto: la sua immagine, serena e gentile, spesso associata al valore spirituale, è quella che sogniamo, sempre e tuttora, per il nostro paese.Yamaguchi afferma: “Certamente nella società attuale non esiste la discriminazione che c’era una volta. Chi è già stato in Giappone forse capisce che al giorno d’oggi le donne sembrano più forti e brillanti degli uomini".

Andrea Lippi nasce in Toscana. Si avvicina alla fotografia grazie alla macchina del padre per poi occuparsene con continuità da 23 anni, realizzando una camera oscura e iniziando a stampare in proprio le sue foto.
Dal 2003, anno in cui fonda con alcuni amici il gruppo “BoulevardUtopie” che si occuperà di foto e video, inizia a ideare alcuni progetti fotografici, tra i quali “Ioedio”, “Presenze”, “People Met” e “Floating lights”.
Dal 2008 avvia la collaborazione come video-maker e artista di scenografie digitali con alcune compagnie teatrali. Nel 2010 entra a far parte del collettivo “Playsomenting” creando immagini, foto e video in performance audiovisive presentate a Firenze, Milano, Roma e Mosca. In questi anni Andrea viaggia molto prima in Europa e poi a New York, dove ha modo di apprezzare la grande fotografia americana del ‘900. Nel 2014 è la volta del suo primo viaggio in Asia, che lo porta a visitare la Cina.
L’ anno successivo, affascinato dall’oriente, visita per la prima volta il Giappone e se ne innamora. Inizia un periodo di studio sulla cultura giapponese che lo porta ad affrontare un secondo viaggio in Giappone nel 2016. Dopo questa nuova esperienza e in seguito alla conoscenza con gli storici dell’arte Noriyuki Kai e Midori Sewake, nasce “Lights of Japan” che raccoglie alcuni dei più interessanti scatti realizzati nei due viaggi in Giappone.
Dal 2006 Andrea insegna fotografia, composizione e Post-produzione durante corsi, workshop e seminari, con centinaia di studenti

DOOZO – Art Books & Sushi
Direzione: Masako Tominaga
via Palermo 51/53, Roma
tel. 064815655   
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.  www.doozo.it
orari galleria: dal martedì al sabato la mattina 12h /15h sera 19.30h/22.00h
domenica solo la sera.
 

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